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Calavera - Il tuo nome sulla croce

Lizzano story

CALAVERA

Estate, anni Settanta. L’ambiente tranquillo di un paesone agricolo dell’entro­terra tarantino, Lizzano, viene scosso da un’incredibile notizia: «Stanno girando un film». Regista, Vittorio Petraroli, poco più che diciassettenne, “armato” di una Kodak Brownie da 8 mm. con avanzamento a molla e con un budget di quarantamila lire, per l’acquisto della costosissima pellicola.

Petraroli, oggi fotografo, si è goduto nei giorni scorsi, gli applausi di migliaia di persone per la riproposizione del suo “Calavera, il tuo nome sulla croce”, girato con attori locali, presi dalla strada (e dalle cantine). Racconta: «Allora gli esponenti della cultura locale mi presero in giro per tanto ardire, preannunziandomi l’insuccesso. Però la gente comune non mancò di collaborare per la riuscita del film, un western che molti oggi ritengono l’anticipazione degli “spaghetti western”: c’era perfino uno scontro finale a quattro, addirittura di più del famoso “triello” de “Il Buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone».

Primo ciak in un saloon messicano, allestito in uno scantinato del corso principale: l’arrivo del bounty killer (Pietro Schifone) alla ricerca di Calavera (Antonio “Privato” Palmisano), rivoluzionario alla Pancho Villa sul quale pendeva una ricca taglia, e la prima sfida alle pistole lanciata da un avventore, per vendicare la morte di una persona cara. Poi, l’entrata in scena degli altri protagonisti: Sanchez (paciere, ma non troppo) impersonato da Luigi Ninni e lo sceriffo (Stefano Nuzzo), che restano indenni dal fantastico scontro finale “a quattro”, il “quadriello”.

Altre riprese avvennero tra il centro storico (allora, come oggi, in pessime condizioni) e la Marina di Lizzano (quarant’anni fa ancora del tutto indenne dal cemento), le cave di tufo di San Giorgio Jonico, Fragagnano, Torricella e Faggiano, centri da cui vennero prelevate altre comparse.

«Il doppiaggio - continua Petraroli - venne eseguito con un registratore valvolare Philips a bobine, da me, Antonio Scalone e da mio fratello Antonio, da anni emigrato in Germania. Quale colonna sonora, brani alla chitarra eseguiti da un certo... Mimmo Cavallo; per gli assoli di tromba ricorremmo a Nino, nostro amico della banda municipale di Pulsano». Non ci fu particolare impegno per i costumi: bastò leggermente modificare gli abiti da lavoro.

La prima (dicembre ‘72) fu un successone: in una sala locale, l’«Olim­pia», si contarono almeno millecinquecento spettatori (ne potevano en­trare appena cinquecento). Il successo fu confermato dalle proiezioni successive, anche nei centri vicini. Il film fu proposto negli anni a seguire in versioni più ricche e curate; nel ‘71 ci fu una proiezione privata alla locale pretura per un giudice che non sopportava la calca delle sale cinematografiche. Senza esito furono gli sforzi del regista e attori per introdursi, nella Capitale, nei giri importanti, ad eccezione di Michele Iurlaro (ora avvocato e organizzatore di cineforum a Roma) che riuscì a partecipare ad alcuni importanti film, come Giubbe rosse.

I guadagni? Dice Petraroli: «Beh, riuscii a recuperare le spese e qualcosa in più. Nulla, tuttavia, rispetto a quanto intascò il titolare della sala lizzanese (n.d.r. uno dei protagonisti, il bounty killer Pietro Schifone!)».

[1] Articolo per “Il Corriere del Mezzogiorno”, supplemento de “Il Corriere della Sera”.

Il protagonista: «Fu un bellissimo gioco»

“Privato” era il più commosso. Rivedendosi la sera della proiezione in piazza, nei panni del protagonista, Antonio Palmisano appariva quasi incredulo. Sì, era proprio lui, Calavera, il protagonista del film; con tanto di sombrero (più che altro una paglietta a larghe falde, acquistata all’epoca al mercatino settimanale di Lizzano), un camicione extra-large multicolore, jeans neri e stivaloni di gomma, di quelli usati per i lavori sui campi Nonostante tutto, un messicano perfetto.

Per Antonio Palmisano, 64 anni, non è cambiato nulla. Come allora, lo si può trovare al bar del paese, a chiacchierare con gli amici e intento a partite di bazzica; tressette e altri giochi di carte. Non ha fatto certo carriera nel cinema, essendo stato quello il suo primo e unico film. Quindi, finora ha vissuto nel ricordo inalterato di quell’“impresa”. È come se il tempo non fosse passato. «Sono trascorsi trentotto anni e conservo inalterate le emozioni dell’epoca. Non riesco ancora a capacitarmi, io, grande patito di film western come Vittorio Petraroli, mi sono ritrovato protagonista di un film, guadagnandomi il consenso della mia gente. È meraviglioso. Quante volte ne discorrevo con Luigi Ninni, anche lui interprete del film, e purtroppo venuto a mancare tre anni fa. Bene ha fatto il pubblico a ricordarlo, alla fine dello spettacolo, con il più caloroso degli applausi. Rimpianti? No, non avevo, onestamente, grandi pretese. È stato solo un gioco, un gran bel gioco, al quale sono onorato di avere partecipato».


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