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Credenze popolari

Lizzano story


LA TARANTOLA
La tarantola era un ragno o scorpione, di colore solitamente rossastro e di grandezza pari ad una attuale moneta di 1 o 2 centesimi.
Questo ragno, molto più diffuso negli anni passati, si infilava nelle pieghe dei pantaloni, nelle gonne, nelle scarpe, nelle sottane di tutte quelle donne e uomini che lavoravano i campi.
A contatto con la carne umana, questi ragni pizzicavano e immettevano in circolo un veleno che provocava malumore, noia, mal di testa e alcune volte malattie gravi e addirittura la morte.
L'unico rimedio per curare gli effetti del veleno, era il ballo della tarantola, in gergo un ciclo coreutico, conosciuto in medicina anche con il nome di Ballo di San Vito.
Nel Salento meridionale, il tarantismo aveva caratteri religiosi legati al culto di San Paolo, che graziava le tarantate dopo aver chiesto loro il sacrificio del ballo.
Nel Salento settentrionale, cioè nelle province tarantina e brindisina, il tarantismo aveva aspetti pressochè pagani.
A Lizzano, il rito del ballo della tarantola era molto sentito anche perchè in paese si aveva la più alta percentuale di tarantate in tutta la provincia(3 o 4 tarantate al giorno).
L'orchestrina che suonava per l guarigione era formata da tamburello (suonato da 'llena ti scupetta), il violino (suonato dal violinista cieco Pasquale D'Ettorre o Pascali lu ciecu) e a volte vi si aggiungevano un organettista o fisarmonicista e un chitarrista.
Il rito iniziava svuotando la stanza più grande della casa e appendendo fazzoletti di vario colore (il colore indicava il colore della taranta che si credeva avesse morso la tarantata) o fiori colorati.
Si faceva sedere la vittimasu di una sedia e il violinista eseguiva "li mueti" o modi, che consistevano in tipi di musiche.
Appena finito "lu muetu" si chiedeva all tarantata: "Ce ti garba stu muetu?"; se la tarantata iniziava a battere il piede freneticamente voleva dire che il modo era giusto e la taranta era stat "scazzicata", se la tarantata non faceva nulla si passava ad un altro tipo di modo che poteva essere lento e lagnoso oppure veloce, ritmico e incalzante.
Dopo "lu muetu ggiustu", iniziava il vero e proprio rito.
La tarantata ballava freneticamente con un fazzoletto in mano per giorni e giorni, dimenandosi e saltando, rotolandosi per terra e correndo per la casa lanciando enormi urla e grida.
Dopo qualche giorno, si andava ballando e suonando in campagna, sul posto dove si credeva la taranta avesse morso la sua vittima e li, dopo aver ballato, la tarantata cadeva a terra esausta e si addormentava, la si copriva di coperte perchè molto sudata, e la si portava a letto a casa.
L'anno successivo, nello stesso periodo la tarantata veniva colta dalla solita noia e doveva ripetere il rito per guarire.
Questo si ripeteva ogni anno finchè la taranta non "moriva".

MUETU:
Lu postu bedda mia addò t'è pizzicatu, ricorditi ca bellu bellu ma fà lu muetu.
Lu muetu ci ti garba atà ballari, ci nò ci no ti scazzica l'amà cangiari.


TESTO PIZZICA-TARANTA DI LIZZANO

Addò t'è pizzicata la tarantella, Addò t'è pizzicata la tarantella,
sott'alla putarea ti la 'unnella, sott'alla putarea ti la 'unnella,
Addò t'è pizzicata la taranta, Addò t'è pizzicata la taranta,
sott'alla putarea ti la mutanta, sott'alla putarea ti la mutanta,
Addò t'è pizzicata pozz'ess'accisa, Addò t'è pizzicata pozz'ess'accisa,
sott'alla putarea ti la cammisa, sott'alla putarea ti la cammisa,
Addò t'e pizzicatu lu scarpioni, Addò t'e pizzicatu lu scarpioni,
sott'alla putarea ti lu casoni, sott'alla putarea ti lu casoni,
a mari vani tu a mari vegnu, a mari vani tuni a mari vegnu,
ci vecu ca ti 'ffuechi mi ni tornu, ci vecu ca ti 'ffuechi mi ni tornu
Ci è taranta lassila ballari, Ci è taranta lassila ballari,
ci è malincunia caccila fori, ci è malincunia caccila fori,
Balla taranta mia, balla cuntenta, Balla taranta mia, balla cuntenta,
Ca stè l'amori tua ti sona e canta Ca stè l'amori tua ti sona e canta
Sana malata mia, sana malata,  Sana malata mia, sana malata,
No è ti cori la tua malatia, No è ti cori la tua malatia,
No è taranta ci t'è pizzicata No è taranta ci t'è pizzicata,
ma è lu pinsieru ci ta misa ncapu, ma è lu pinsieru ci ta misa ncapu.


(Si ringraziano i sigg. Francesco Pastorelli, Peppino e Mimino Rizzo e la sig.ra Mimina Leggieri per averci fornito queste notizie)

"Lu Nfascinu"

Anticamente si credeva (ma alcuni ci credono ancora) che alcune persone potessero per amore, per invidia o per cattiveria "nfascinare" (rito magico fatto ad amici, parenti o semplici conoscenti). Chi veniva colpito avvertiva mal di testa, sonnolenza, capogiri per cui doveva, se voleva stare bene, ricorrere a una persona capace di togliere "lu nfascinu".

COME AVVENIVA QUESTO RITO?

Si metteva in tavola un piatto contenente mezzo dito di acqua. Per nove volte si faceva il segno della croce sul piatto ripetendo per tre volte la frase: "Due occhi ti hanno occhiato, due Santi ti hanno salvato, opera la Santissima Trinità, se sono malocchi falli passà". Fatto questo si inzuppava il dito nell'olio e si faceva cadere una sola goccia nell'acqua del piatto; se l'olio si scomponeva voleva dire che la persona era stata "nfascinata", viceversa se l'olio restava intatto non c'era "lu nfascinu". Fatta questa operazione e constatata la presenza del malocchio, si prendevano tre granelli di sale grosso, si immergevano nell'acqua del piatto, ci si bagnava il dito e lo si strofinava per nove volte sulla fronte "dell'ammalato". Il rito terminava buttando l'acqua del piatto in direzione dei quattro venti pronunciando la frase: "In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".


LU LAURU

Nella tradizione popolare lizzanese "lu laùru" è un simpatico folletto anche se, per alcuni, prende le sembianze di un gatto, di uno gnomo o addirittura di un demone.
Di solito lo si vede girovagare di notte.
Si racconta di persone svegliate di soprassalto perchè non riuscivano più a respirare, a chiedere aiuto o a urlare perchè il cosiddetto "Laùru" si era posizionato sul petto dell'individuo facendogli numerosi dispetti.
Per scacciarlo vi erano tre modi:
- si aspettava che andava via da solo
- lo si spaventava facendosi più forti di lui
- si faceva il segno della croce di fronte a lui

Alcuni anziani raccontano che, quando si possedevano i cavalli o gli asini, soprattuto nelle masserie, il laùro, andava tra gli cavalli instaurando con alcuni rapporti di simpatia e con altri di antipatia.
A quelli simpatici faceva le trecce alla criniera e alla coda, mentre agli antipatici toglieva il cibo per darlo agli altri.

Alcuni raccontano, infine che, quando il laùro si presentava sotto forma di gnomo, bisognava togliere il cappello per poter avere tanta ricchezza.


Un particolare ringraziamento all'amico Francesco Pastorelli
per le sue continue ricerche atte a recuperare le nostre tradizioni popolari


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